06.02.2026 Arte Fiera, Bologna #arte

Davide Ferri

La mia fiera calda e accogliente: non sarà solo un luogo solo per addetti ai lavori

«Un manager non deve dimenticare la propria parte intellettuale perché per me si traduce in un approccio più umano»

Non è un semplice passaggio di consegne: è un cambio di postura. Con l’uscita di scena di Simone Menegoi, Arte Fiera affida il timone a una figura che da anni lavora più sui processi che sui riflettori. Davide Ferri non arriva con il profilo del direttore-star, ma con quello – molto più interessante – del curatore che conosce la materia dall’interno: la pittura come campo di tensione contemporaneo, le mostre come dispositivi critici, le fiere come luoghi da ripensare e non solo da riempire. Responsabile dal 2020 della sezione Pittura XXI, Ferri ha già dimostrato di saper usare Bologna come laboratorio più che come vetrina. Vive a Roma con la compagna Cecilia Canziani, ma il suo lavoro si muove costantemente tra territori, istituzioni, scuole, festival, fondazioni. Insegna, cura, costruisce formati, riflette sullo spazio espositivo come esperienza e non come cornice neutra. Ha attraversato musei, rassegne teatrali, collezioni private, portando sempre con sé una domanda implicita: che cosa può ancora fare una mostra oggi? Ora quella domanda si sposta al centro di Arte Fiera. E non è poco. In un sistema dell’arte che spesso confonde il nuovo con il rumoroso, Ferri sembra puntare altrove: profondità invece di superficie, visione invece di format replicabile, tempo lungo invece di hype. La sua direzione promette meno effetti speciali e più sostanza critica. Meno fiera come supermercato, più fiera come piattaforma culturale. L’impressione è che Arte Fiera stia per smettere di inseguire modelli esterni per tornare a interrogarsi su cosa può essere davvero oggi una fiera italiana, europea, contemporanea. E Davide Ferri, con il suo profilo obliquo e rigoroso, sembra l’uomo giusto per rimettere le domande al centro.
Non per rassicurare. Per complicare le cose. Che, nel mondo dell’arte, è sempre un ottimo inizio.

Perché ha scelto di intitolare l’edizione 2026 di Arte Fiera “Cosa sarà”?

DAVIDE FERRI

Tutto nasce da un brano di Lucio Dalla, il più grande cantautore bolognese. Questo titolo contiene in qualche modo il rimando a un nuovo ciclo. La scelta del tema è una delle prime cose che ho fatto quando ho cominciato la direzione. Il primo passo è stato condividere con tutti i collaboratori un titolo. Avere un tema da ripetere e da cantare, visto che si tratta di una canzone, ci ha di fatto introdotto nell’atmosfera del lavoro che avremmo fatto di lì a poco.

Esiste un protocollo per visitare la fiera? Da dove si comincia?

DAVIDE FERRI

Quest’anno ho provato a suggerirlo in un testo in “lingua facile”, perché risponde alla mia idea di fiera calda e accogliente. È un modo per dire: “non è un luogo solo per addetti ai lavori”. In generale, ho distribuito le cinque sezioni curate come una partitura nei due padiglioni, in modo che accompagnino il visitatore lungo la Main Section. Anche perché i padiglioni sono lunghi e stretti: bellissimi, illuminati da luce naturale, ma bisogna dare ragioni per arrivare fino in fondo.

Direttore di fiera: si sente più manager o più curatore?

DAVIDE FERRI

Inevitabilmente, un po’ più manager. Ma un manager che non deve dimenticare la propria parte intellettuale perché per me si traduce in un approccio più umano e per certi punti di vista anche più autorevole rispetto a quello che a quello che sto cercando di fare.

Qual è il punto forte di una città come Bologna?

DAVIDE FERRI

Mi affascina anche il suo ruolo di cerniera culturale tra Nord e Sud: storicamente Bologna ha avuto questa funzione, non solo economicamente ma anche culturalmente. E mi piace che Arte Fiera mantenga una forte identità italiana per scelta: è la prima fiera dell’anno, ha un lato festoso, “nazional-popolare” in senso buono. Le grandi gallerie straniere hanno manifestato interesse, anche quest’anno, ma ho preferito essere prudente: in questa fase mi interessa consolidare ancora di più il rapporto con le gallerie italiane, che stanno sostenendo davvero la fiera.

Vive di arte, ma le è mai capitato di volerla tenere a distanza?

DAVIDE FERRI

Sì, assolutamente. Ho un figlio di quattordici anni che mi aiuta a tenerla a distanza: per lui, con una madre e un padre che lavorano nell’arte, l’arte è spesso una cosa noiosissima.

Intervista: Germano D’Acquisto
Ritratti: Alessio Ammanati

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