Shirin Neshat
E’ vero: il mio lavoro è molto personale, ma non è mai autobiografico
“Oggi non possiamo più permetterci di restare rinchiusi in compartimenti nazionali, le questioni che affrontiamo sono globali”
Shirin Neshat è una delle voci più potenti e riconosciute dell’arte contemporanea, una figura che ha saputo esplorare (e mettere in discussione) temi universali attraverso una varietà di medium, dalla fotografia al video, dal cinema al teatro. Classe 1957, originaria di Qazvin, la sua ricerca affonda le radici nella sua esperienza personale come donna iraniana in esilio, ma abbraccia le complessità e le contraddizioni che attraversano il mondo intero, affrontando con forza le dinamiche di potere, religione, razza e identità. La sua arte è un crocevia tra passato e presente, Oriente e Occidente, individuo e collettività, dove la prospettiva femminile diventa il filtro privilegiato attraverso cui leggere la Storia e la contemporaneità. Nel corso della sua carriera, Shirin Neshat ha prodotto lavori che non solo interrogano la condizione delle donne, ma vanno oltre il semplice tema di genere, toccando le sfide legate all’esilio, al trauma, alla solitudine e alla lotta per la libertà. Le sue opere, come ad esempio la celebre serie Women of Allah, che racconta la tensione tra fede e violenza, o The Fury, che anticipa la potenza del movimento Woman, Life, Freedom, sono manifesti visivi e emotivi che parlano di oppressione e resistenza. L’artista è ora protagonista di un’emozionante mostra al PAC di Milano dal titolo Body of Evidence. Curata a quattro mani da Diego Sileo e Beatrice Benedetti, l’antologica raccoglie una decina di video-installazioni e quasi duecento opere fotografiche. Abbiamo incontrato (e fotografato) Shirin Neshat proprio il giorno dell’opening milanese.
Body of Evidence è la più grande esposizione che le è stata mai dedicata in Italia. Che effetto le fa?
Quando guardo questa mostra, è come se guardassi la mia vita. Racconta il mio percorso di iraniana che ha vissuto lontano dal proprio paese. Ho dovuto lavorarci molto. Ho vissuto a lungo e gran parte delle mie opere iniziali guardano all’Iran, come la serie Donne di Allah, Turbulent, Rapture, Fervor. Anche qui, continuo a guardare all’Iran, ponendomi molte domande a cui non ho risposte.
Quanto c’è di autobiografico in questo progetto?
Niente, assolutamente niente in questa mostra può essere visto al di fuori del fatto che si tratta della prospettiva di una singola persona. Non è pura finzione e, in nessun modo, rappresenta l’Iran o la società iraniana. Sono molto interessata alla storia, alla realtà politica, al femminismo e alla questione della religione. Il mio lavoro è molto personale, ma non è autobiografico.
Una delle opere più coinvolgenti è Women of Allah. Come è nata l’idea di una serie così?
Nasceva dal desiderio di interrogarsi sul fanatismo religioso, su come qualsiasi religione possa plasmare la mente delle persone fino a spingerle ad accettare la violenza, la crudeltà e persino la morte. Quel progetto voleva esplorare il fenomeno di un piccolo gruppo di donne che, volontariamente, sono diventate militanti e hanno sostenuto l’idea della violenza. Sono immagini che, da un lato, parlano di amore, sacrificio, compassione, ma dall’altro rivelano anche la brutalità e la violenza.
Cos’è per lei la fotografia?
Per me, la fotografia è sempre stata legata al ritratto umano, alla capacità di catturare in una sola immagine le emozioni e le espressioni di un individuo attraverso semplici gesti del corpo.
Uno dei medium con cui lavora di più sono i video. In cosa si differiscono dall’immagine?
I video, a differenza delle fotografie, mi permettono di includere paesaggi, coreografie, attori, musica, scenografie. Mi danno la possibilità di raccontare storie in un modo diverso, di offrire un’esperienza più ampia al pubblico, rispetto alla singola immagine. Ma i video, proprio come le fotografie, affrontano sempre il tema della dualità. Per esempio, in Turbulent, si vede una donna che infrange tutte le regole della musica e alla fine trionfa. Iniettare questa idea in un breve video è stato fondamentale per me. I video mi hanno aperto un nuovo orizzonte, quello della narrazione.
Ha da tempo abbandonato il tema Iran per esplorare la sua terra d’adozione: gli Stati Uniti…
Sì è vero, negli ultimi anni, ho smesso di concentrarmi ossessivamente sull’Iran. Ho vissuto più a lungo negli Stati Uniti che in qualsiasi altro posto al mondo. Così, a partire da Land of Dreams e The Fury, il mio sguardo si è spostato: il protagonista principale resta un’iraniana, spesso io stessa, ma le storie non parlano più soltanto dell’Iran. In Land of Dreams, ad esempio, una fotografa va di porta in porta in Messico raccogliendo i sogni della gente. Qualcosa è cambiato in me. Finché io sarò iraniana, la mia arte conserverà inevitabilmente un legame con l’Iran, ma non sento più il bisogno di raccontare solo quell’universo, specialmente ora che non ci torno nemmeno più. Questo è stato un grande cambiamento per me.
Quanto è cambiata la sua poetica artistica da quando vive negli Usa?
Lasciare andare l’idea che io debba sempre parlare dell’Iran è stato estremamente liberatorio. Lavorare con persone in America, girare per le strade di New York, in New Mexico, osservare ciò che accade oggi negli Stati Uniti e capire come la mia voce, come immigrata iraniana, possa essere più importante che mai – persino per il mio stesso paese – ha rivoluzionato il mio approccio. Ora il mio obiettivo è l’America. I volti che vedete in Land of Dreams rappresentano l’umanità intera. Non è più importante da dove veniamo. Siamo tutti uniti dalla paura della violenza, della guerra, del genocidio. Il dolore ci circonda tutti, ovunque, e per me non ha più senso parlare solo dell’Iran.
E la serie Land of Dreams racconta tutto questo molto bene…
Sì perché è per me un ritratto degli Stati Uniti. Ho girato queste immagini nel 2019, quando l’America era ancora un luogo di diversità, di immigrati, di persone di ogni etnia, religione, classe sociale. In queste immagini ho voluto raccogliere quella visione: ispanici, nativi americani, neri, bianchi, poveri, donne, uomini. Questo era il mio sguardo sull’America. Ma oggi quell’idea sta cambiando radicalmente. E per me, questa serie è diventata un ritratto di una nazione che si sta trasformando.
Secondo lei un’artista può avere nazionalità?
Sono un’artista e appartengo al mondo. Non si può separare l’arte in base all’etnia o alla religione dell’artista: è irrilevante. Il fanatismo esiste nel giudaismo, nel cristianesimo, non solo nell’islam. Mi rendo conto che, da iraniana in esilio, io non appartengo più a nessun luogo e non ho alcun dovere di purezza ideologica. E oggi non possiamo più permetterci di restare rinchiusi in compartimenti nazionali, perché le questioni che affrontiamo sono assolutamente globali.
Ritratti e foto: Ludovica Arcero
Testo: Germano D’Acquisto
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