09.01.2026 MAO, Turin #arte

Francesco Simeti

L’inquietudine per me è fondamentale: è forse l’obiettivo principale del mio lavoro

«Il bello fine a sé stesso non mi interessa. Cerco sempre una tensione, un’incrinatura, qualcosa che disturbi»

C’è sempre un cortocircuito sottile nelle opere di Francesco Simeti: l’incanto e il sospetto, la bellezza e la minaccia, la grazia e l’ambiguità. Le sue installazioni seducono lo sguardo come un trompe-l’œil gentile, salvo poi rivelare che dietro il decoro si nasconde il disordine del mondo. Nato a Palermo nel 1968, cresciuto tra la luce barocca della Sicilia e la consapevolezza che ogni immagine è anche un atto politico, Simeti ha costruito negli anni un linguaggio visivo che si muove con eleganza tra arte, design e impegno civile. Oggi vive e lavora a Brooklyn, ma le sue radici isolane continuano a emergere in quell’attenzione per la stratificazione — di epoche, di materiali, di storie — che attraversa tutta la sua opera. L’arte pubblica è la sua seconda natura: dai mosaici nelle stazioni della metropolitana di New York e Chicago ai progetti in corso per la Los Angeles Metro, fino ai wallcovering permanenti in spazi italiani come Officine Saffi a Milano e Casa Giglio a Torino. Simeti è un artista che abita i luoghi, li ascolta e li trasforma, creando “paesaggi murali” che sembrano respirare con chi li attraversa. Al MAO di Torino, dove lo incontriamo, il suo intervento per l’installazione “Description Generale (A Historical Map of the Other)” dialoga con le collezioni del museo in un gioco di rimandi tra Oriente e Occidente, colonialismo e memoria visiva. Le sue tappezzerie diventano allora trappole estetiche: ti attraggono con la bellezza, poi ti costringono a guardare davvero. In fondo, come ama dire lui stesso, “la decorazione è la più raffinata delle provocazioni”. E guardando i suoi lavori, è difficile dargli torto.

Tre parole per descrivere la sua filosofia?

FRANCESCO SIMETI

Direi: site specific, meraviglia e schiaffo.

Le sue opere partono spesso da immagini d’archivio, da repertori visivi preesistenti. Cosa significa per lei riusare un’immagine?

FRANCESCO SIMETI

È un modo per sfruttare la familiarità dell’immagine, per abbassare le difese di chi guarda. Nel caso dello “schiaffo”  della mia risposta precedente, per esempio, l’idea è proprio questa: partire da qualcosa di riconoscibile per poi spiazzare. Mi interessa creare meraviglia attraverso associazioni inattese, accostando immagini di natura diversa per generare un momento di disorientamento. Poi c’è la mia ossessione per gli archivi: colleziono immagini da sempre, in modo quasi compulsivo, catalogandole e riorganizzandole di continuo.

In molti suoi lavori c’è un equilibrio sottile tra attrazione estetica e inquietudine. Le capita di pensare a questa ambiguità come a una chiave della sua poetica?

FRANCESCO SIMETI

Assolutamente sì. Il bello fine a sé stesso non mi interessa. Cerco sempre una tensione, un’incrinatura, qualcosa che disturbi. L’inquietudine è fondamentale: è forse il mio obiettivo principale.

 Spesso la natura sembra dialogare con l’artificio, come se ci fosse una tensione costante tra ciò che è organico e ciò che è costruito. È un modo per raccontare il nostro tempo?

FRANCESCO SIMETI

Sì, è un riflesso diretto della nostra epoca. Viviamo in una follia collettiva in cui abbiamo deciso che la natura è “altro” da noi. È questa separazione che ci sta portando alla catastrofe: pensare di essere fuori dalla natura è devastante — e, in fondo, presuntuoso.

Vive a New York da molti anni, ma mantiene un legame forte con l’Italia. Come incide questo doppio sguardo, americano ed europeo, sulla sua ricerca?

FRANCESCO SIMETI

In realtà ci sono nato dentro. Mia madre è americana, mio padre siciliano. Si sono conosciuti nel ’61, quando lei era in Sicilia come volontaria con Danilo Dolci. Sono cresciuto a Palermo negli anni Settanta e Ottanta, quando il mondo non era ancora globalizzato. Avere questo doppio sguardo, questa “tara” anglosassone, non era comune e a volte è stato un peso, ma è anche ciò che ha formato la mia prospettiva.

C’è un materiale, un colore o una forma che sente particolarmente suo?

FRANCESCO SIMETI

Negli ultimi anni la ceramica è diventata una sorta di comfort zone, ma amo mettermi alla prova con materiali che non conosco. Di recente ho iniziato a scolpire il legno, con un piccolo tornio che uso per creare elementi da combinare alla ceramica. Sto esplorando anche il mondo delle resine naturali e delle bioplastiche: mi interessa incorporarli nei miei lavori. E poi c’è il blu — un colore che amo da sempre, anche se non so quanto emerga davvero nel mio lavoro.

Se dovesse scrivere oggi un manuale per leggere il nostro tempo, quale immagine metterebbe in copertina?

FRANCESCO SIMETI

Domanda difficile. Forse un compendio geografico, quelle immagini in cui tutta la geografia fisica del mondo — iceberg, deserti, fiumi, montagne — è condensata in una sola pagina. Mi affascina l’idea di concentrare l’intera complessità del reale in uno spazio ridotto.

Cosa succederà nel suo 2026?

FRANCESCO SIMETI

Avrò una personale da Galleria Minini a Milano, a maggio. Poi ci sarà la seconda parte del progetto con Officine Saffi, che verrà presentato durante il Salone del Mobile di Milano, e infine l’inaugurazione dell’opera che sto realizzando per una nuova stazione della metropolitana di Los Angeles, costruita in vista delle Olimpiadi del 2028.

Testo: Germano D’Acquisto
Ritratti e installation views: Ludovica Arcero

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