Claudia Zanella
Scrivere è come costruire un cast di personaggi e interpretarli: è come recitare seduta
«Se sei un bravo attore, quando scrivi puoi recitare le battute, incarnare il personaggio, capire se quella frase è davvero sua»
Claudia Zanella è una di quelle figure che sfuggono alla catalogazione facile: sembra sempre impegnata a rincorrere – e spesso raggiungere – un’esistenza parallela alla precedente. C’è la Claudia dei set, cresciuta tra macchine da presa e registi che non hanno bisogno di presentazioni – Rubini, Salvatores, Bellocchio – e poi c’è l’altra Claudia, quella emersa negli ultimi anni: la scrittrice. Prima con Tu e nessun’altra (Rizzoli, 2015), un romanzo intimo e affilato, poi con Meglio un giorno da vegana (Sperling & Kupfer, 2017), memoir leggero solo in superficie, e infine con Awake, il libro che l’ha portata dove non avrebbe mai immaginato di trovarsi: in sala operatoria. Per raccontare la storia di Christian Brogna e dell’awake surgery – la chirurgia che opera il cervello mentre il paziente resta cosciente – Zanella non ha osservato da lontano: si è infilata un camice e per più di un anno ha respirato lo stesso ossigeno dell’équipe, come un’attrice che studia una parte impossibile. Ha guardato le mani, i silenzi, le paure che nessun bisturi può suturare. È così che Awake diventa non un semplice libro di divulgazione, ma un attraversamento: un modo di stare dentro le storie fino a sentirle vibrare. E forse è proprio questo il filo che tiene insieme tutte le sue vite – l’attrice, la scrittrice, la testimone di un confine tra identità e coraggio. Claudia Zanella entra sempre nelle storie da dentro. Anche quando fanno paura.

Come nasce l’idea di Awake, il libro scritto a quattro mani con Christian Brogna?
CLAUDIA ZANELLA
Io e Christian ci conosciamo da quasi vent’anni: lui stava finendo medicina, voleva diventare neurochirurgo e già allora diceva una cosa che ci sembrava assurda – il suo sogno era operare i pazienti da svegli. Io lavoravo come attrice. E a me però quella storia è rimasta proprio incollata in testa. Poi lui è partito: Istanbul, Marsiglia, altri ospedali, altre città. Io ho cambiato casa, ho perso il suo numero, ci siamo persi di vista. Però per diciotto anni ho continuato a pensare a quel ragazzo che sognava di operare il cervello tenendo i pazienti svegli. Mi chiedevo se ci fosse riuscito, se quel sogno “balzano” fosse diventato realtà.
…E alla fine era diventato realtà?
CLAUDIA ZANELLA
Sì. Un giorno leggo la notizia di un sassofonista operato al cervello mentre suona in sala operatoria. Metto insieme i pezzi, capisco che è lui, riesco a rintracciarlo. Ci vediamo per un caffè: ci abbracciamo, ci raccontiamo la vita, e lui mi parla di quell’intervento. In quel momento ho sentito una cosa chiarissima: questa storia va raccontata. Non solo perché è spettacolare dal punto di vista mediatico, ma perché esiste una tecnica che permette di operare rispettando il più possibile l’identità del paziente. Christian vedeva persone entrare in sala operatoria con una lesione cerebrale e uscire senza la lesione, ma con danni cognitivi, motori, relazionali. E si chiedeva: “È possibile fare diversamente? È possibile farli uscire uguali a come sono entrati?”. Quando l’ho rivisto, ho sentito che quel sogno di vent’anni prima era diventato realtà. E ho sentito una responsabilità: questa cosa va spiegata al mondo. Il modo che conoscevo per farlo era quello che ho studiato al Centro Sperimentale di Cinematografia: una scrittura cinematografica, immersiva, dal punto di vista del protagonista. Per quello dico sempre che per Awake ho fatto quasi più un lavoro da attrice che da scrittrice: per più di un anno sono stata in sala operatoria con lui, guardando come muoveva le mani, come guardava i pazienti, come li rassicurava. A casa cercavo di “rifarlo”: come un ruolo. Ho provato a diventare lui, a entrare nella sua testa, per poter scrivere davvero con la sua voce.

Quanto dialogano dentro di lei la figura dell’attrice e quella della scrittrice? Una influenza l’altra??
CLAUDIA ZANELLA
Tantissimo. Una volta, tanti anni fa, sul set di Tutti al mare, parlando con Vincenzo Cerami, gli dissi tutta emozionata: “Anch’io sto iniziando a scrivere”. Lui mi rispose una frase che non ho più dimenticato: “Puoi scrivere solo se sei una brava attrice”. Me l’ha spiegata così: se sei un attore bravo, quando scrivi puoi recitare le battute, incarnare il personaggio, capire se quella frase è davvero sua. Io ho sempre lavorato in questo modo. Nel mio primo romanzo, Tu e nessun’altra, quando scrivevo i dialoghi tra le due cugine mi immedesimavo in ognuna di loro. A volte mi fermavo e dicevo: “No, questa frase non la direbbe lei, la direbbe l’altra”. Spostavo la battuta. È un lavoro di recitazione applicato alla scrittura. Con Awake è stato identico, ma moltiplicato per dieci. Sono stata un anno in sala operatoria osservando l’équipe: la neuropsicologa, l’anestesista, la neurofisiologa, gli strumentisti. Quando dovevo scrivere, che ne so, una scena dal punto di vista dell’anestesista, a casa provavo a ripetere i suoi gesti, a immaginare il suo modo di pensare in quel momento, il suo tono di voce. Se ci pensi, è come costruire un cast di personaggi e interpretarli uno per uno prima di metterli sulla pagina. Per questo dico che, per me, scrivere è recitare seduta.

C’è un personaggio che ha interpretato al cinema o a teatro che le ha insegnato qualcosa sulla vulnerabilità, e che le è tornato utile nella scrittura di Awake?
CLAUDIA ZANELLA
Sì, Ada Cantini, il personaggio che ho interpretato in Quo Vadis, Baby? di Gabriele Salvatores. È una ragazza piena di desiderio, che lascia Bologna per diventare attrice, ma non riesce mai a farcela davvero. Fa provini, viene rifiutata, resta sospesa. È un personaggio fragilissimo, pieno di alti e bassi emotivi. Mi è rimasto dentro perché io stessa ho pensato spesso: “E se fossi stata io quella che non ce la fa?”. Io ho avuto la fortuna di uscire dal Centro Sperimentale e girare un film un mese dopo. Ma ho visto tanti compagni di corso bravissimi tornare nelle loro città e fare altri lavori. Ada mi ha insegnato a guardare quella vulnerabilità senza giudicarla, ad ascoltare il fallimento, la frustrazione, la paura di non essere all’altezza. Tutte cose che, in una sala operatoria dove si decide della vita e dell’identità di una persona, ritornano potentissime.

Guardando alla sua carriera di attrice e di scrittrice, c’è stato un momento in cui si è sentita davvero “nel suo posto”?
CLAUDIA ZANELLA
Come attrice, sicuramente durante Briciole, il film sull’anoressia di Ilaria Cirino Pomicino. Era il mio primo ruolo da protagonista assoluta, appena uscita dall’Accademia. Avevo una fame incredibile di lavorare, di dimostrare che potevo farlo. Sul set, in quel periodo, ho sentito fortissimo: “Ecco, questo è il mio posto”. Come scrittrice, il momento è stato Tu e nessun’altra. Era una storia che avevo il bisogno fisico di raccontare, perché nasceva da un rapporto reale con mia cugina, un legame fortissimo, quasi morboso, di sorellanza e salvezza reciproca. Quel romanzo nasce da una domanda reale: cosa succede se qualcuno che ami ti chiede di occuparti di ciò che ha di più prezioso? È stato il mio modo di lavorare su quella promessa.
C’è una passione laterale, un luogo, un’ossessione o una pratica quotidiana che alimenta la sua creatività più di quanto si possa immaginare?
CLAUDIA ZANELLA
Sì, il SUP. La tavola da paddle. È proprio una fissazione. Sono una grande amante del mare e della barca a vela. Se potessi, da vecchia venderei tutto e vivrei su una barca a vela piccola, da sola, felice. Ho una casa al Circeo, sulla scogliera. Scendo, prendo la mia tavola e sto in acqua per ore, spesso da sola. Sei in piedi su una tavola, con le onde, e devi continuamente cercare l’equilibrio. C’è il silenzio totale, le grotte, le calette, il mare che a tratti sembra quello di Ponza. È una meditazione in movimento: pagai, pensi, ogni tanto ti butti in acqua, poi risali. C’è anche qualcosa di quasi “mitologico”: non è un caso che Omero abbia fatto fermare Ulisse proprio lì dalla maga Circe. Al Circeo si dice che ci sia un magnetismo particolare, e io lo sento tantissimo. Ogni volta che torno su dalla tavola, scrivo. Sempre. È come se quel pezzo di mare mi ricaricasse e rimettesse in circolo le storie.

Intervista: Germano D’Acquisto
Ritratti: Niccolò Campita
